28 Dicembre 1835
Lucido le assicelle ricurve della botte, faccio accosto il lume, rileggo il marchio a fuoco, nero: polveri austriache. Ci sono ancora i sigilli, le croste dell’umido e fili di ragnatele.
Il sudore scorre in perle fredde sulla fronte, lo asciugo con la manica. Riprendo a strofinare con lo straccio. C’è puzza di vino rancido, di ingroppate sotterranee, ebbre e drogate.
Passi alle spalle, il fiato che si mozza, a mezzo respiro. Il grosso irlandese spalanca la bocca e l’unico occhio, porta un lume anche lui. Il Re del Sottosuolo nella sua cantina. Pietro, un nuovo taglio sulla guancia, a fianco.
«Che c’è, vuoi altri marenghi?» domando al cuoco.
«A-Avete portato il d-diavolo…» farfuglia quello, «avete portato il diavolo qui dentro! Andate via!»
Sbuffo. Riprendo a lucidare, avvicino il lume, non si legge ancora bene…
Una mano sulla spalla, tira. Mi forza a voltarmi. Arriva un pugno, laterale, traiettoria discendente sulla faccia. Il lume si sfracella. Una chiazza di lordura a terra s’accende come la lingua di Satana, scodinzola e si biforca. Il pavimento arresta la mia corsa.
La testa scoppia. Soffoco la nausea e comincio a ridere.
«No! No! Non c’è abbastanza danaro che potete darmi!» urla il cuoco. S’allontana, insieme all’alone di luce che porta con sé.
Pietro sbatte lo stivale sul focherello, lo spegne. S’accovaccia e mi prende per il braccio.
Germaine spalanca la porta, abbottonandosi la camiciola verde acido. Entra bestemmiando.
S’accomoda sullo sgabello accanto al letto. Finisce di sistemarsi, si sporge e mena uno schiaffo. La mia guancia s’arroventa. Mette la mano sulla fronte bagnata.
Si rivolge a Pietro: «È gelato.»
Lui si scosta dal muro, raccoglie un ciocco dal cestino intrecciato e lo mette nella stufa accesa. S’appoggia lì accanto, braccia conserte.
«Il padrone non ci darà problemi. Ci ho pensato io» fa lei rivolta a Pietro, «Non sono un mostro, m’ha creduto.»
Si sistema il petto. «Pietro ha pensato al resto. Un po’ d’oppio nella cesta del bucato della sguattera. Quella che m’ha visto attaccata lassù.» Indica col dito verso il tetto.
«Spiega tutto» rassicura. «Ora tocca a te.»
«Voi non capite, dobbiamo ammazzarlo!» Mi sollevo, mi sento mancare. Germaine mi rimette giù. «Io l’ho visto!» protesto.
«Pietro ti ha visto!» obietta, «Stavi per far saltare questo posto!»
«Ci serve la polvere. Ci serve… l’oppio.»
«Per fare cosa!?»
Mi sporgo, le afferro un braccio, energico. Lei sussulta.
«Per vederlo!»
M’accarezza, dove mi ha colpito.
«Per vedere il Signore Pallido…» Tremo.
S’alza, scuote il capo. Cammina verso Pietro, si volta, il lembo della gonna l’accompagna, lento.
«Lei…» sussurro, m’appoggio al cuscino umido, «vuol essere libera…»
Germaine apre la bocca, aggrotta la fronte. Gli occhi che dardeggiano.
«Per questo… È per questo che, quella notte, t’ha dato il dono.»
***
7 Dicembre 1844
Pietro richiude la finestra. Faccio abituare gli occhi all’oscurità. Scorgo un lume d’ottone, su un treppiedi accanto alla porta. L’acciarino accanto. Sul ripiano inferiore, la boccetta d’olio e due rotoli. L’accendo e lo schermo col mantello.
Pietro s’accosta alla porta. Sotto, la fessura è buia.
L’apre.
La litania si fa più nitida, pur se sommessa, come l’odore di spezie nel braciere. Voci maschili.
Il corridoio è scuro e deserto. Dalle nicchie s’affacciano statue su basi di marmo nero. Cornici d’oro con al centro sciocche tavole francesi. L’Italia, con mammelle enormi e floride, uomini che le giurano onore con mani tese in saluto, un concetto buono ormai solo per un posto come questo. Un Museo.
Seguiamo il canto fin dabbasso. Nell’atrio, il quadro del Re, quello di mio padre, c’è anche il mio. A trent’anni, senza pancia, prima di conoscere Germaine.
Proseguiamo, nel corridoio interno, fino a una porta di legno nero, la serratura nuova, dorata.
Pietro estrae un coltellino e si mette ad armeggiare.
Passi lenti, riecheggiano. Copro il lume. Do un colpetto sulla spalla a Pietro che si blocca.
Il suono riverbera, confuso, sembra provenire da ogni parte.
Pietro stringe i denti, si rimette a lavoro. Dà due botte forti. I passi s’arrestano, la porta s’apre.
I passi ricominciano, di fretta.
Entriamo, ci fermiamo sui primi gradini che scendono e richiudiamo. Pietro mette via la piccola lama per il coltellaccio, lo impugna con la sinistra, la destra attaccata al pomello. Aspettiamo.
Il guardiano s’allontana, portando l’eco con sé.
La sala del magazzino, le casse ammonticchiate ai lati. Bracieri ardenti, torce e fumo di erbe che si consumano in piccoli mazzi gettati al centro. Adoratori nudi, la pelle lucida d’olio, guardano il sarcofago. A esso hanno legato Germaine, livida.
Le bocche si muovono all’unisono a intonare il canto, sempre più cadenzato e aggressivo. La Dama d’Oriente si punge il palmo della mano con un stiletto. Fa gocciolare il sangue sulla pancia di Germaine.
Pietro mi fa cenno d’aspettare, poi indica tendaggi pesanti, ammucchiati, in un angolo. Tocca il lume, ancora al riparo del mio mantello.
Annuisco.
Lui prende la pistola dalla cinghia.
Mi sposto, restando accovacciato.
Un ronzio mi distoglie. Lo sento, netto, forte sopra al canto. Mi blocco, osservo la sala. Nel mezzo del pavimento. c’è una grata rotonda.
Un bagliore mi distoglie. Il canto s’arresta. La Dama d’Oriente taglia la carne, aprendo uno squarcio nel ventre d’un immobile Germaine, con la stessa perizia d’un macellaio.
Un nuovo ronzio, forte.
Uno degli astanti si volta e mi scorge. Urla. Non s’avvede del guizzo sul tombino. Della cosa che ne esce.
Mentre la torma s’accalca, la vedo volare piano, con ali d’insetto, mentre il brusio dal sottosuolo si rinforza, come uno sciame immenso.
7 Dicembre 1844
Col dito indice messo come Giuda all’Ultima Cena, Pietro fa un cerchietto alludendo al circondario. Poi passa l’unghia del pollice sulla gola, da parte a parte. Quasi ripercorre il vecchio taglio.
«No, amico mio. Non possiamo scannare tutta Torino.»
Scaraventa la spada di lato, poi s’appresta alle corde.
«Lascia tutto com’è. Nel caso ci stiano seguendo, vedranno.»
Alza l’angolo destro della bocca.
«Anche se questo non basterà a farli desistere.»
Scuote la testa.
«Come ci si sente a essere messi in mezzo?»
Grugnisce, raccoglie il catarro schiarendosi la gola e sputa un grumo per terra.
Le coltri di nubi si mettono a viaggiare veloci.
«Andiamo a trovare la Dama.»
Mi fissa.
«Mai detto che non c’entra con quello che è successo a Germaine.»
Continua a guardarmi, perplesso.
Gli busso sulla testa con le nocche. «Pensa, caro Pietro, pensa!»
Scosta la mia mano con la sua, brusco. Mi lancia un’occhiataccia che mi fa sbellicare. Rido.
«Il Papa è interessato alla Banca di Torino. A che essa non nasca mai, non grazie al Re, almeno. L’immortalità? C’è il caso che la possegga già. Ma c’è una bellissima donna, straniera, che ha solo un sarcofago vuoto. Che dev’essere riempito.»
Stavolta è Pietro che mugugna dalle risate, poi tossisce, il pugno davanti alle labbra.
«Lo so. È una metafora che va bene per ogni donna…»
Ridiamo insieme.
«Quanto, secondo te, da qui alla città, a passo svelto?»
Due dita, due ore.
«Muoviamoci, allora.»
La nebbia ingombra i vicoli e avviluppa i suoni, appiccicosa. Dona alle luci dei lampioni l’alone del limbo. Attutisce i rumori, quella puttana. Vantaggio e insieme svantaggio, per chiunque abbia deciso di muoversi stanotte.
Sporto al riparo di un angolo, osservo il Museo, il pluviale di rame che s’arrampica sulla parete e scorre accanto a alla balconata a primo piano, sopra gli archi del portico.
«Secondo te mantiene?»
Pietro mi dà un colpo sul ventre col dorso della mano e s’avvia guardingo. Lo seguo, serbando il turpiloquio per un momento più sereno.
Ci addossiamo al muro. Osservo le finestre dei palazzi intorno. Chiuse, con gli scuri.
Mette le mani a staffa. Ci piazzo lo stivale. Mi isso lungo il tubo, afferrando con entrambe le mani e con le ginocchia strette, i piedi incrociati. Scricchiola, ma resiste. M’attacco alla balaustra e salto nel balcone. Picchio il ginocchio sul bordo di pietra. Finisco per terra soffocando una bestemmia.
Pietro arriva dopo qualche attimo. Si toglie la giacca e la piazza contro il vetro, all’altezza del pomello. Avvicina l’indice all’occhio. Guardo in strada, sporgendomi dalla balaustra, distratto dal vapore del respiro. Stringo i denti quando sento il fracasso del vetro che si rompe.
Neppure un cane che abbaia.
Appena aperta, entra. Lo seguo restando accovacciato.
Nella camera c’è odore di spezie bruciate. Un odore inconsueto. E una litania antica, prodotta da voci diverse che s’animano all’unisono.
***
27 Dicembre 1835
Il viso è quello di una bambola di porcellana. Bianco, immobile, disabituato al mutare delle emozioni. Le labbra livide e strette, una boccuccia che non ha mai sorriso. Gli occhi neri, percorsi da vene rosse, insondabili e carichi d’indifferenza.
Appare davanti al letto, circondata di piccole fate. Una giocherella coi riccioli biondi. L’altra s’arrampica sul vestitino rosso, scivolando sui lembi del tessuto coi piedini. Un’altra le strattona il fiocco sulla treccia, tentando di slegarglielo. L’ultima, dorme accoccolata sulla piccola spalla, come un neonato. Si sveglia. Tutte s’arrestano a guardarmi, con occhi d’insetto. Le ali zittiscono.
Germaine mozza un sospiro.
La bambina solleva il dito indice nella mia direzione, poi lo sposta come stesse scostando una tenda.
La stanza fugge verso sinistra, senza rumore. Finisco con spalla e grugno sulla parete alla mia destra. Puntini rossi affollano lo sguardo, il dolore si concentra sulle ossa del braccio e sulla tempia, dove pulsa impazzito.
Ruzzolo per terra, cadendo sulla mano. Una fitta risale dal polso fino all’orecchio. Urlo, ma la voce resta nella gola.
Sento Germaine che s’affanna e squittisce. Dev’essere lei, anche se quel verso non ha niente di umano. Trambusto e rumore di legno spezzato. Sta piangendo.
Piccoli passi, s’avvicinano, insieme al frusciare dell’abito.
«Alzati» fa la vocina. Che pare inflessibile come dev’essere quella del Pantocratore.
Apro gli occhi, la scorgo che s’allontana e s’accomoda a un tavolo di legno. C’è una sedia vuota. Sul ripiano, un cofanetto d’oro istoriato, su cui si riflette luce arancione.
Mi metto in piedi a denti stretti, mantenendo la spalla.
Dalla terrazza col bordo merlato si può vedere il mare, per miglia. Tranquillo. Grigio e viola, orlato da un tramonto arancione e rosso. Un disco di brace che cala sull’orizzonte che è solo una piega, il limite è confuso.
Il biascicare mi distoglie, lento e acquoso. Arriva forte una scoreggia, e il tanfo misto all’alito pesante. Una mole immensa, tra pieghe di lardo ributtanti, con pus e cerume e lordure marroni a colmare i vuoti. Pelle unta, faccia larga occhi cisposi. Mangia pezzi di sé, il gigante calvo, strappando pezzi della sua mammella. Ingombra un angolo della terrazza, incurante di chi l’osserva. Qualche fatina gli svolazza intorno, come le mosche sulla merda. Quand’ecco che scorgo una piega purulenta, tra le gambe. Soffoco un conato.
«È la mia mente, Cavour. Non fare caso a lei» dice la bambina.
«La tua…»
«Cavour… che strano nome. Che cosa vuol dire?»
«È il n-nome della mia famiglia…»
«Credevo fosse il tuo.» Ogni parola ch’ella pronuncia riverbera nella testa, come un’eco.
La Mente si fa sfuggire un pezzo di carne, che rotola giù per il ventre gonfio. Due fatine litigano per acciuffarlo, tirandosi le ali.
«Ho guardato nei tuoi occhi» fa lei, «e ho visto me stessa.»
«Cosa…»
«E così, adesso sai…»
Mi sveglio intorpidito, la spalla a pezzi. Scorgo Pietro. Impugna una scopa, puntandola in alto, manovrando come per schiacciare un insetto. Una pistola giace in terra in due tronconi, spezzata al centro. Sangue ricopre la mano del mio amico.
La vista s’annebbia subito, il petto e il braccio formicolano. Guardo in alto. Accucciata, tremante, attaccata al soffitto c’è Germaine.
«Scendi, cazzo» riesco a pronunciare. Poi più nulla.
6 Dicembre 1844
Mantengo tesa, contro la corteccia, la corda che gli scorre sotto il mento, mentre Pietro lega un secondo pezzo a un polso, poi all’altro, passando la cima attorno al fusto.
Si alza e mi dà uno schiaffo sulla nuca, m’accorgo che ha finito. Lascio un’estremità. Lui s’affretta a recuperarla, passandosela in anelli larghi attorno a gomito e pollice. Finito, la getta in terra, accanto alla spada e ai moschetti.
S’accovaccia davanti al militare che tossisce, sul punto di svenire. Un filo di bava gli cola dall’angolo destro della bocca. La gola arrossata si contrae. La camicia e il pantalone zuppi di sangue.
Pietro molla un ceffone. Quello si ridesta sorpreso e, per un istante, dimentico di tutto. Un solo istante.
«Siate dannati entrambi…» biascica.
Pietro si rialza. Mi invita con un cenno della mano a prender posto, come fosse un maître e dovessi accomodarmi a un tavolo colmo di paste e cioccolato. Per un momento, odo ancora la risata di Germaine. Era gelosa di Nina, assaporava un sorbetto, tra volute di fumo azzurrino e calici d’assenzio verde, mentre il quartetto d’archi intonava una sonata. Parigi tracimante merda secca, imbellettata di trucchi.
Indico a Pietro la spada. Sbuffa, si piega, la prende dal fodero e la lancia.
L’afferro al volo. Punto il pomello sulla guancia del soldato, sollevandogli il viso verso il mio.
«Dov’è il Re?»
Quello ride, gli occhi ebbri e spaventati. Suda ancora.
«Dove la tua cagna non potrà più toccarlo…»
Tossisce, sputa un grumo di sangue e catarro.
Catturo l’attenzione mostrandogli l’indice, solo quello. Poi lo avvicino alla pancia. «Dov’è il Re?» domando. E affondo il dito nello squarcio.
Il soldato si tende, le vene gonfie, sulla gola e sulle tempie. Trattiene il fiato, poi bestemmia. Gli occhi s’arrossano, medesimo color del volto.
«I-il Re è morto, maledetto!» urla. Poi abbandona la testa, preda dell’affanno.
Il sangue fluisce caldo attorno al dito. Lo estraggo.
Sussulta, si morde le labbra, geme e infine urla.
M’avvicino a Pietro, gli passo la spada. Lui accosta l’altra mano stretta a pugno alla bocca aperta in una “o”, spingendo la guancia dall’interno con la punta della lingua, ritmica. Da quando ha perso la voce, s’è spalancata per lui la carriera circense.
«Dubito che la Dama c’entri qualcosa, in questa faccenda…» osservo.
Fa una smorfia e solleva le spalle, deluso.
«È stata lei! La puttana di Satana l’ha ammazzato. Quella che vi portate appresso! L’hanno vista!» strilla la guardia. S’appende, la cima si tende, le dita sono gonfie e violacee. Sussulta, piange.
Mi sposto. Lo colpisco sullo zigomo col pugno che ancora mi sto muovendo.
Gli prendo la testa tra le mani, stringendo ciocche di capelli. «Come!?» grido.
«Oh, Dio!»
Gli sbatto la nuca contro il tronco. «Come!?»
Mi guarda, trema. «L’hanno squartato… d-dopo averlo appeso per i piedi… c-come si fa coi maiali» farfuglia.
Lo lascio, mi allontano. Impreco, sbattendo gli stivali in terra.
«E…» ricomincia.
Pietro si fa appresso, invece, intento.
«…gli hanno staccato la testa. Solo un diavolo può fare queste cose!»
Raccolgo il moschetto. Abbasso il cane. Lo punto addosso.
Il soldato geme, scuote il capo. Urla.
«Se è senza testa…» comincio.
Schiaccio il grilletto.
Un scoppio squarcia la cappa di nebbia del bosco. Uccelli s’agitano tra i rami, nel sonno. Il riverbero si frammenta tutt’attorno diluendosi ancora nel silenzio. «Come fai a sapere che è il Re?»
***
27 Dicembre 1835
Al terzo cucchiaio di minestra, mi pare di scorgerla ancora: una coppia d’ali d’insetto, guizzanti dietro la sua spalla.
Deglutisco, lancio il piatto verso la parete. Germaine sobbalza quando mi getto su di lei, afferrandole le spalle. La spingo, gravandole addosso. Poi insinuo la mano tra schiena e letto, cercandola. Non trovo nulla.
Per un istante mi fermo, respiro. Lei rimane immobile, distesa, gli occhi nei miei.
«Che succede?» domanda, ma è più un sussurro dolce.
Afferro il lembo della sua camicia, vicino ai bottoni. La strappo. Il seno sobbalza, si contrae a contatto con le mie dita fredde.
Tasto il ventre piatto. Si tende anche quello, per il gelo. Fa la pelle d’oca.
Non sento niente, sotto il palmo.
La sua mano si stringe attorno al mio polso, come avessi urtato il letto d’un fachiro indiano, tanto forte è la presa. L’allontana.
Annuisco, frenetico. Riesco a tranquillizzarla. Mi lascia.
Mi rialzo, scostandomi. Barcollo fino alla toletta di legno scrostato. Infilo le mani nella bacinella fino al gomito, procurando uno spruzzo d’acqua abbondante che finisce per terra, sulle assi, chiazzandole di scuro. Mi sciacquo il viso.
Il vecchio specchio di bronzo sul muro è lucido solo al centro, tra graffi e bozzi che paiono unghiate. Mi restituisce un viso giallo, largo, i capelli radi e gli occhi stretti. Cattivi, come diceva Nina.
Tra la barba spuntano fili bianchi. «Tu non l’hai vista, vero?» chiedo, voltandomi.
«Cosa?» fa, seccata. S’è rimessa seduta a riabbottonarsi la camicia.
Goccioline d’acqua scivolano sulle guance. «Sono sveglio, adesso?» insisto.
Si mette in piedi, sbuffa quando s’avverte che mancano i bottoni. Viene accanto, m’accarezza. «Appena fa giorno, me la ricompri.»
L’abbraccio. Lo sguardo saltella distratto, dalla mensola col mozzicone di candela acceso e la fiamma tremolante alle chiazze di minestra sul muro e la ciotola rovesciata per terra. Dal letto disfatto, alla macchia sulla coperta,…
Stringo gli occhi. Tocco un punto della schiena di Germaine che pare bagnato. Mi discosto, osservando le dita. Sono rosse.
Germaine guarda anche lei, strabuzza gli occhi. Tenta di esaminare la spalla con l’ausilio dello specchio, contorcendosi.
Sul letto, la macchia s’allarga lenta e scurisce. Avvicino il polpastrello al giaciglio umido. Lo ritraggo. È sangue, come sulla camicia
«La bambina è qui dentro… solo che non riusciamo a vederla.» affermo, rauco.
«Eh?» fa Germaine, ancora impegnata a torcersi.
6 Dicembre 1844
«Entrate» lo invito con la mano, il più possibile cortese, «andremo con la mia carrozza, la faccio preparare in un momento.»
L’uomo sembra perplesso, tuttavia m’asseconda. Fa due passi, sobbalza, porta la mano al calcio della pistola di legno scuro. Pietro posa la canna del moschetto sul suo braccio, invitandolo a desistere con quello e scuotendo il capo lento, un gesto eloquente. Resta appoggiato al portone, serafico e pronto. Un muto che s’esprime meglio d’un Senatore dell’antica Roma.
«Chi altri c’è con voi?» domando al militare.
«N-nessuno, Eccellenza. M’hanno mandato di gran fretta. Dovete venire con me.»
Apro due bottoni del giubbetto scamosciato, mostro il pomo dorato del coltellaccio. Lui lo fissa, ma non si muove.
Impugno il fucile, canna in basso. Pietro mi lancia un certo sguardo, toccandosi la cintola nel punto in cui quello porta appesa la spada. A un mio cenno s’allontana. Mi muovo e faccio strada al soldato nel mezzo del cortile.
Michele s’è rimesso in piedi, si massaggia ancora il capo. Una serva lo soccorre con amore… forse troppo. Sorrido.
«Questione di minuti» rassicuro.
«Il mio cavallo è qui fuori, attaccato al ferro, forse dovrei…»
«Se ne occuperà Michele, dopo essersi fasciato la testa. Ho bisogno di domandarvi certe cose, e che voi rispondiate prima d’arrivare dove siamo diretti. Intesi?»
«C-certo, Eccellenza. E… se posso azzardare una richiesta, cos’è successo qui?»
«Ospiti, amico mio. Soltanto ospiti…»
La guardia abbozza un sorriso.
A cortesia rispondi sempre con fermezza, soleva dire mio padre. Saggio e accorto.
La carrozza sferraglia sul lastricato, ondeggia. Pietro sprona i cavalli, imposta le svolte com’ha imparato in Liguria, sui sentieri tortuosi. Getta chiodi, intanto, per azzoppare i cavalli di chi ci segue, se c’è. Ogni tanto qualcuno rimbalza sul tetto. Forse l’uomo del Re se n’avvede, ma non comprende. Mi guarda invece fisso. Suda.
«Cosa vi hanno raccontato, sul mio conto?» domando, anche se la risposta pare ovvia. Dentro la carrozza fa lo stesso freddo che c’è fuori. E io non sono un bel giovinetto.
Scatto. Estraggo il pugnale e lo colpisco col pomello sulla bocca, con un solo movimento del braccio. Lo aggredisco.
Quello è forte, sputa sangue e un dente rotto, mi blocca il braccio armato e con l’altra mano tenta di strozzarmi. Fa leva sui fianchi, le posizioni si ribaltano, mi schiaccia.
Le dita si serrano in gola, l’altra mano sbatte la mia con la lama contro il sedile, ripetutamente.
Col pollice raggiungo l’occhio e premo. Qualcosa di molliccio e caldo mi scorre nel polsino.
Il soldato urla, allenta la presa. Gli do una ginocchiata. Poi il coltello, glielo infilo nelle viscere, dove ci sono solo le budella, almeno spero, ché deve ancora parlare.
Resta a terra accartocciato, ogni tanto geme e fa per muoversi, al che mi basta ruotare un poco la lama. La punta del moschetto, poi, gliela metto in mezzo agli occhi.
La nebbia sulle colline è fitta, s’attacca addosso come il profumo delle femmine. Mangia i rumori.
Pietro ferma la carrozza. Scendo, lo fa anche lui. Mi vede malconcio, mentre mi massaggio la gola e sputo in terra. Mi rivolge una smorfia di disappunto e scherno insieme, poi m’aiuta a prendere la guardia.
Mentre gli lega polsi e caviglie strette e quello strilla dal dolore alla pancia, afferro la spada rimasta tra i sedili.
La lancio a Pietro, dopo che ha finito. «Cos’ha di strano, dunque?» faccio.
Lui la esamina, la estrae, la soppesa soffermandosi sull’elsa, la rimette nella fodera. Poi mi rivolge il segno della Croce, con indice e medio uniti insieme. La sua Benedizione.
Quella lama è al servizio di Pietro. L’altro, quello che sta a Roma.
***
26 Dicembre 1835
La pallina ribolle lambita dalla fiamma, inebriando d’odore dolciastro. Il colore rossastro si riverbera sulle pareti spoglie, chiazzate d’umido, come i miei occhi.
Tiro qualche boccata dalla cannula, trattenendo il fiato. La rimetto sul piattino, mi distendo, chiudo gli occhi. La testa si fa leggera.
Pietro non ha risposto, non s’è fatto capire in qualche modo, come al suo solito, o forse sono stato io a porre la domanda sbagliata. M’è sembrato mi chiedesse soltanto di riposare…
Dapprima avverto l’odore, simile al cibo vomitato, sa di acido. Lo sento forte, sotto al naso. Poi arriva all’orecchio, quel brusio sottile, intenso, veloce. Apro gli occhi. Volteggia a un palmo dal mio viso, col corpo simile a un feto nella placenta, sporco e viscido, e occhi neri d’insetto. Mette le sue manine sulle labbra e le spalanca, per poi entrarmi in bocca.
Ai piedi del letto c’è la bambina bionda, mi scruta con occhi saggi. Mi giudica.
Mi sollevo di scatto, con l’affanno. Il cuscino è bruciato in un punto grande quanto una moneta, la pipa rovesciata accanto. Non sono morto bruciato.
Porto le dita alle labbra, tastandole e dopo scrutando i polpastrelli. Sono puliti. Lo stomaco si contrae.
Mi sporgo verso il pavimento e vomito.
Una mano sulla fronte, fredda e improvvisa. Ancora mi sollevo di scatto. Sono sveglio, pulito. Di nuovo.
Germaine mi guarda amorevole, stringendo le labbra, seduta sul bordo del divanetto. Sulla sedia accanto ha posato un vassoio con un piatto di minestra fumante e mezza pagnotta. Sembra croccante, m’invita…
«Dicono che l’oppio ammazzi i sogni» osserva.
«Fandonie.»
Prende il piatto, rimesta col cucchiaio, me lo porge. «Mangia, ché si fredda.»
Prendo un boccone, caldo e saporito. Scopro d’aver fame.
Lei spezzetta il pane, assaggiandone una mollica. Mi volge un sorriso.
25 Dicembre 1835
Mi sembra di udire una risata infantile, giù dabbasso, in strada. Lascio stare la pistola, mi sporgo dalla balaustra. Pietro non è più nel vicolo. La notte sa di oppio, dolciastro e fetido, in qualche modo caldo. Mi arriva alle nari in mezzo al freddo.
I passi s’avvicinano, s’arrestano. La pianta d’uno stivale schianta i cardini arrugginiti. E poi, chiunque, sia, avanza piano, senza affanno.
Mi volto. L’uomo è magro, il capo chino e il viso scavato, coperto per metà dalla tesa del cappello. Il mantello è aperto, troppo in una notte dicembrina.
Germaine, dietro di lui, scende leggera, senza emettere un suono. Gli si fa dappresso. Poi diviene rapidissima. Le dita nell’incavo della spalla, nella clavicola, la destra sotto la mascella di quello, vicino all’orecchio. Il gesto, altrettanto naturale, è quello d’aprire una tenda.
Odo lo scricchiolio sinistro, sotto la carne e i muscoli. La testa dell’uomo si solleva d’un angolo inconsulto e poi s’affloscia, molle, dall’altra parte. La spalla sinistra s’allarga, i muscoli si tendono e si sfilacciano. Sulla camicia bianca, s’allarga veloce una macchia scura; fa un ricciolo di vapore, come un sussurro pronunciato a mezza bocca nell’aria gelida.
Lui invece resta immobile e zitto. Il cappello scivola a terra, si posa dopo aver compiuto un mezzo giro sulla tesa.
Lascia andare il corpo, e solo quando colpisce la pietra, distinguo netto il rumore dell’aria che schizza via dalla gola aperta.
Germaine si guarda le dita sporche. Poi guarda me. Mi accorgo solo allora che ho l’affanno. Deglutisco. Guarda ancora le dita, quindi mette in bocca l’indice. Sorride come una bambina, tenendolo tra i denti.
Sopraggiunge Pietro, pistola e coltello impugnato alla rovescia, per parare e poi squartare. Gli sfugge un grugnito di catarro.
«Felice sintesi» approvo.
Prendo Germaine per un braccio. Non m’asseconda. «Aiutami», mi rivolgo a Pietro.
Il cadavere dell’uomo si lamenta come una pecora, poi urla e si mette seduto, la testa penzoloni. La voce ormai esce dal collo, come l’aria.
Una goccia di sudore mi scivola sulla fronte, una punta di gelo. Il cuore pulsa e perde un battito, non mi capitava da quando ero ragazzo, quando incontrammo lo spettro delle risaie.
Pietro spinge via entrambi, poi calcia quella cosa sul mento. La testa ruota all’indietro, come il proietto d’una macchina d’assedio in tempi di spade e acciaio, neanch’egli fosse Orlando e possedesse tutta la sua forza.
Perché il senno, ormai, è perduto.
Vedo ancora Pietro che pianta lo stivale sul petto di quello, per tenerlo giù, fruga nelle tasche e prende la boccetta dell’olio per lanterna. La versa addosso e poi gli avvicina l’acciarino.
E lo vedo avvampare e scuotersi, come un ragno decapitato.
E ora la sua mano posa sul ripiano un pezzettino d’oppio. Incrocio il suo sguardo, senza proferir parola.
«Che intendi?» sbotto.
Afferra il mio coltello. Lo estrae dal fodero di cuoio. La lama è lucida d’olio. Splende. Ci tamburella sopra con le dita. Scuote la testa, scettico.
Prendo l’oppio. È ancora secco.
«Eri tu a fumare, prima?»
***
6 Dicembre 1844
Il rumore degli stivali rimbomba nel largo corridoio, sul marmo lucido e rosso alla luce del lume. Pietro, al mio fianco, trattiene il fiato osservando le steli d’alabastro disegnate di figure umane inespressive, intente ad assistere alla pesatura dell’anima.
L’aldilà non è luogo per sentimenti, quanto d’atarassia.
E caccia il respiro, soffocando una bestemmia, quando la testa di Anubi e i suoi occhi lucidi di pasta di vetro, vividi alla fiamma, sembrano posarsi su di noi. La statua è alta, su un basamento di pietra scura. Ai piedi, su un carrello di ferro battuto con ruote, il sarcofago. Polveroso e spoglio. Di legno che a guardarlo sembra marcio già da un secolo.
Sulla base della scultura, uno degli aiutanti della dama, che di giorno cataloga mummie, statuette votive e interpreta i disegni degli egizi, e di notte viola tombe, posa la lanterna. Dalla borsa di pelle attaccata al collo, prende un panno che adagia a terra, con suono metallico. Lo dispiega, srotolandolo. Sceglie un martello dalla testa quadrata, fatto d’ambra, e uno scalpello sottile. Li sfila dai passanti. Si fa accosto al sarcofago, individua la fessura, grattando via lo sporco, ci soffia sopra e, puntato il ferro, inizia a battere.
La Dama s’avvicina. «Dite, qual è stata la prima fanciulla assassinata?» chiede, nel frattempo osservando il lavoro.
«Una figlia di contadini, dalle mie parti. Solo che non è stata la prima a morire…»
Lo sguardo della donna s’accende, il sorriso si fa sornione e al tempo insolente. «E voi, come lo sapete?»
«Signora, queste intelligenze sono determinate da tempi ben precisi, come le sinfonie. Non una nota in più, non un giorno in più, o in meno.»
Si corruccia, dubbiosa, torna a fissare il sarcofago malmesso.
«Sapete cosa penso?» aggiungo, «Penso che questo dio sembra avere meno soldi del nostro Re.»
Tossisco fin sul portone di casa, ancora la polvere, e le migliaia di tarme alzatesi in una nuvola, all’apertura della tomba di Anubi. Un mucchio d’ossa fasciato di bende ammuffite su cui leggere una storia dei millenni, per chi ha occhi per capire. Nessun dio è risorto stanotte. Né da milleottocento anni a questa parte, così dicono.
Pietro ringhia. Poi sputa. Il portone è solo accostato.
Ci fermiamo un istante ad ascoltare. La strada è avvolta dalla sera nebbiosa. Nessun passante. Ci giunge lo sferragliare d’una carrozza, sembra lontano.
Michele è nel cortile, addossato a una colonna, la mano sul capo insanguinato, respira a stento. Più in là, le domestiche s’affacciano impaurite, una sull’altra, dietro una porta. Sorridono, ma hanno paura. Saliamo.
Una scia di sangue lungo il corridoio. Hanno trascinato fuori un corpo. La porta della stanza di Germaine sfondata a calci. A Pietro basta uno sguardo, poi s’affretta lungo il corridoio.
Fasci d’erbe bruciate e due teste d’aglio sparpagliate per terra, schizzi di sangue confusi, sul pavimento e sul muro accanto e più in là un pozza già rappresa.
Pietro ricompare sulla soglia, con in mano due moschetti. Un terzo in spalla. Me ne lancia uno. Poi s’incammina. Lo seguo.
Mentre scendiamo, colpi robusti al portone.
Apro, Pietro nascosto di fianco.
L’uomo in uniforme resta un attimo sorpreso. Lo riconosco, accompagnava il Re due notti fa.
«Eccellenza, d-dovete seguirmi, Signore.» balbetta. Le mani lungo i fianchi, la spada ancora legata.
«Cos’è successo?» faccio.
«Vostra Eccellenza…»
«Cosa! Dov’è il Re?» urlo.
«Il fatto è che… non se sono sicuro, Signore.»